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LA PAROLA CHE CI MANCA: EQUILIBRIO

Appena rientrato nella mia città natale, dopo lo sfollamento imposto dalla seconda guerra mondiale, negli ultimi tre anni delle scuole elementari ebbi la fortuna di avere come insegnante un reduce dalla guerra del 15-18, grande invalido, con mani di legno al posto delle sue, falciate da una bomba sul Carso. Il maestro Anzola era davvero un Maestro, colto, gentile, che creò di quel gruppo di sbarbatelli un insieme che si amava e che cantava in coro “Va pensiero” senza neppure stonare troppo. Pensavo che, guidato culturalmente da una vittima della Grande Guerra, passato indenne dall’occupazione nazista della seconda guerra, io sarei stato esentato dal vivere altri conflitti. Sbagliavo.
L’uomo è troppo imperfetto per riuscire a vivere in pace.
Abbiamo imparato che sono sempre più frequenti i “momenti storici” di cui ci ricordiamo cosa stavamo facendo quando questi fatti accadevano nel mondo: tutti sappiamo dove eravamo quando venne ucciso Kennedy, quando vennero abbattute le Torri Gemelle, quando ammazzarono gli umoristi di Charlie Hebdo, quando hanno abbattuto a fucilate i ragazzi del Bataclan di Parigi.
Cosa sta accadendo al mondo? Perché dobbiamo ricordare solo stragi, sgozzamenti, bombe e attentati?
Non possiamo accettare che i modelli positivi e giusti siano abbattuti dalle follie d’invasati ispirati da un odio che scambiano per un dio.
Ci manca l’equilibrio. Stare in equilibrio non vuol dire stare immobili: lo sa il funambolo che percorre il filo tenendo in mano una lunga asta che ondeggia di qua e di là. Lo abbiamo capito anche noi quando abbiamo imparato ad andare in bicicletta. Equilibrio significa anche ondeggiare, ma non troppo, per non perdere il baricentro.
Due citazioni per aiutarci in questo momento squilibrato: la prima è di Henry Miller. “Ho scoperto presto che non si può cambiare il mondo. Il meglio che si possa fare è imparare a convivere in equilibrio con esso”. La seconda è di Haruki Murakami: “L’equilibrio in sé è il bene”.
Basterebbe che ognuno cercasse di spiegare cosa sta accadendo al mondo a un bambino di cinque anni. Credo che saprebbe trovare le parole giuste. Ma se non trovasse le parole, perché già tante ne sono state spese, basterebbe che gli facesse una carezza e un sorriso.

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